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venerdì 27 novembre 2020

I berriquocoli




 

Questo mese nel Club del 27 ci scambiamo coccole e confortini dolci.

L'idea era di uno swap di biscotti natalizi per anticipare gli auguri e condividere realmente un momento dolce.

Le circostanze in cui viviamo non sempre ci consentono libertà di movimenti, quindi uno scambio reale che, se non è possibile, va bene anche virtuale, importante è la condivisione sempre e nonostante e i sentimenti, trasmettere emozioni …

Quelli che vi presento sono i berriquocoli di Leila, preparati da Anna per Francesca.

Conosco sia Leila che Francesca, persone splendide, che ho avuto il piacere di frequentare realmente, nelle nostre scorribande dell'MTC e del Calendario, e, nelle loro vicende di vita e cucina, virtualmente.

In fondo quello che conta è essere sempre vicini, non importa come.

I berriquocoli ve li consiglio, fateli utilizzando i migliori canditi, cuoceteli con attenzione a temperatura non troppo alta e godeteveli che meritano.

Spero che piaceranno all'eterea Francesca incartati come ho pensato un un pacchettino che fa da pendant al suo incarnato.

Auguri Francesca

Auguri Leila

Auguri a noi tutte del Club del 27

Un abbraccio (poco) virtuale

  Proud to be a member

Ingredienti per 4 persone

150 g farina

110 g di zucchero di canna biondo

25 g di zucchero a velo

1 l. d’acqua

50 g miele

20 g di cedro candito tritato

20 g di arancia candita tritata

70 g noci tritate

1 cucchiaino di coriandolo

1 cucchiaino di semi di anice

1 cucchiaino di cannella

1 pizzico di bicarbonato

In una capiennte ciotola mescolate la farina, le noci, l’arancia candita, il cedro candito, i semi di anice, la cannella, il coriandolo.

Sciogliete a fuoco basso lo zucchero nell'acqua. Unite lo sciroppo ottenuto al composto degli ingredienti secchi, unite il miele e un pizzico di bicarbonato. Mescolate fino ad ottenere un impasto omogeneo. Potrebbe essere necessario aggiungere altra farina, come nel mio caso, l'impasto dovrà risultare comunque morbido ma lavorabile.

Su piano cosparso di farina formate dei rotoli da cui ricaverete dei cilindretti di circa 50 g a cui darete forma raccoglendoli leggermente tra le dita e premendo leggermente al centro.

Sistemate i biscotti su una teglia protetta da carta forno un pochino distanziati e cuoceteli a 150° (ma a me ache meno, il mio forno brucia) per circa 15 minuti, devono restatare chiari, bianchicci.

Cospargete di zucchero a velo … enjoy


La ricetta è di Leila ispirata da qui


Il mio pacchetto con auguri incorporati per Francesca 🎁 💌




 

venerdì 3 novembre 2017

I Torroni dei morti per il Calendario del Cibo Italiano


Da noi ai morti si fa festa, le vetrine delle pasticcerie sono imbandite di prelibati, succulenti dolci, più o meno a forma di cassa :-) ma profumati, ammiccanti, riccamente adornati, colorati, infiorati e infiocchettati come e meglio dei più prelibati pasticcini di cake design.
I torroni dei morti, dolci di morbida, voluttuosa cioccolata racchiusi in una forma inequivocabile, rettangolare, e ricoperti di lucido, duro, cioccolato fondente.
Un pò tetro si direbbe.
Dentro lo scuro inquietante involucro  un paradiso degustativo e sensoriale, noci, nocciole, mandorle, amarene, canditi, avvolti da un morbido scioglievole impasto variamente e vivacemente colorato in un tripudio, gusti, sapori, colori e consistenze.
La morte nasconde e svela la vita, forse anche per questo il torrone dei morti si serve a fette, fette di variegata, prelibata esistenza. 
Tutto sembra stridere col rigore delle festività celebrate, più che Ognissanti e Commemorazione dei defunti, stando alle vetrine delle pasticcerie, almeno da me. sembra San Valentino :-) 
Cuori, colori tenui, glasse e decorazioni, fiocchetti, ricami e ghirigori, scritte affettuose, sentimantali, ammiccanti o addirittura latamente erotiche.
Un contrasto solo apparente ... 
La vita si celebra festosamente mentre ricorda la morte, esorcizzandola. Questa  l'interpretazione antropologica  di Annibale Ruccello, commediografo ed ed attore stabiese, che sottolinea connessione sempre presente in questo tipo di ritualità gastronomica fra la morte ed il mangiare, fra il mangiare e il sesso.
Fino alle estreme conseguenze ...

Mangiare la solitudine.
Parlare al silenzio degli altri.
Pulire la vita dalle impurità del mondo.
Pretendere la felicità e perdersi nel delirante desiderio di possederla.
                                                                                                          Annibale Ruccello 
 
 
 
Quante implicazioni, meglio pensarci più tardi, rifacciamoci col cioccolato ...
 



Torrone bigusto alla nocciola

Per il torrone alla nocciola
350 g di cioccolata bianca
125 g di crema alba
2 cucchiai di pasta di nocciole (secondo i gusti)
75 g di nocciole tostate e scusciate
Per il torrone gianduia ricetta di Lucia
175 g di cioccolato fondente
75 g di crema alba
125 g di crema spalmabile alla nocciola
75g di nocciole tritate
200 g. di cioccolato fondente
1 stampo in policarbonato per torrone dei morti 19 cm x 6,50 x 7,50
Fondere il cioccolato fondente a bagnomaria cercando di mantenerlo ad una temperatura bassa perché non coli troppo quando si andrà a versarlo nello stampo.
In effetti il cioccolato si dovrebbe temperare perché altrimenti possono determinarsi delle alterazioni di colore, il temperaggio non è essenziale, come potete vedere, nel caso si utilizzi uno stampo in policarbonato.
Versare del cioccolato nello stampo e rivestirne le pareti con uno strato sottile e uniforme facendone colare via l'eccesso, capovolgere.
Trasferire in frigo per 5 minuti, ripettere l'operazione. Riporre in frigo.
Fondere a bagnomaria il cioccolato bianco, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, aggiungere la pasta di nocciole, mescolare ed infine le nocciole tagliate a metà.
Versare nello stampo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per 2 ore.
Intanto fondere a bagnomaria il cioccolato fondente, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, aggiungere la crema spalmabile al cioccolato, mescolare, quindi unire le nocciole tritate.
Versare nello stampo fino a pochissimo dal bordo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per 12 ore.
Fondere a bagnomaria il cioccolato fondente versarne 3 – 4 cucchiai sulla base del torrone, livellare con una spatola.
Riporre in frigo per 1 ora.
Rifilare i bordi dello stampo eliminando il cioccolato in eccesso, capovolgere lo stampo nel piatto da servizio, si sformerà da solo.
Attendere almeno mezz'ora prima di tagliarlo.


Torrone Cassata

350 g di cioccolata bianca
125 g di crema alba
75 g di canditi interi
200 g. di cioccolato fondente
2 stampi in silicone 15 cm x 4 cm x 6 cm
Fondere il cioccolato fondente a bagnomaria cercando di mantenerlo ad una temperatura bassa perché non coli troppo quando si andrà a versarlo nello stampo.
In effetti il cioccolato si dovrebbe temperare perché altrimenti possono determinarsi delle alterazioni di colore, il temperaggio non è essenziale, come potete vedere, nel caso si utilizzi uno stampo in silicone e sicuramente non lo è se il cioccolato dovete solo mangiarlo e non metterlo in posa e fotografarlo :-)
Versare del cioccolato nello stampo e rivestirne le pareti con uno strato sottile e uniforme facendone colare via l'eccesso, capovolgere.
Trasferire in frigo per 5 minuti, ripettere l'operazione. Riporre in frigo.
Fondere a bagnomaria il cioccolato bianco, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, mescolare, ed infine unire i canditi affettati non troppo sottilmente.
Versare nello stampo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per almeno 4 ore.
Fondere a bagnomaria il cioccolato fondente versarne 3 – 4 cucchiai sulla base del torrone, livellare con una spatola.
Riporre in frigo per 1 ora.
Rifilare i bordi dello stampo eliminando il cioccolato in eccesso, capovolgere lo stampo nel piatto da servizio, si sformerà da solo.
Attendere almeno mezz'ora prima di tagliarlo.

ecco i torroncini stabiesi ... 

                                                   La foto proviene da Libero ricercatore 
 
Annibale Ruccello Scritti inediti citato qui  e consultato qui  
La citazione Annibale Ruccello, l'ultima cena consultato qui

domenica 18 dicembre 2016

I susamielli


Fra una settimana è Natale, la Cuochina ci invita a fare Natale insieme allestendo un menù comune con le nostre ricette preferite.
Era parecchio che ci pensavo ... prossimo anno devo fare i susamielli … prossimo anno ….. e prossimo ancora …. :-) ci voleva la Cuochina per farmi decidere.
I susamielli sono dolci antichi, frutto dell'inventiva delle suore cuciniere, le cui origini si perdono appunto nelle cucine dei monasteri, nella grande tradizione della pasticceria conventuale napoletana.
Le cucine dei conventi sono state infatti per secoli, almeno tra il il cinquecento e l'ottocento, le migliori e più grandi pasticcerie napoletane.
II conventi, operando di fatto in regine di concorrenza, si specializzarno nella produzione e vendita di prelibati pasticcini che divennero una delle loro principali fonti di reddito oltreché di vanto. Le ricette, segretamente custodite, garantivano l'esclusiva della produzione tant'è che spesso al dolce era dato il nome del convento.
Non è però questo il caso dei susamielli che pare si chiamassero così per la presenza sulla superfice di semi di sesamo, i sesamielli, forse il ricordo di una qualche derivazione araba pervenuta attaverso i contatti, la circolazione di ricette, frequente e comune nei monasteri del Regno di Napoli, con la cucina siciliana.
La forte presenza del miele unita alla decisa aromatizzazione, la struttura del dolce, nonché la tecnica di preparazione, testimonia la l'estrema risalenza della ricetta, sicuramente conosciuta, diffusa e praticata molto prima del 1500.
E' del 1509 infatti una prammatica del Regno di Napoli che cita i susamelli inseme a maccarune, ceppole (zeppole), vermicelli, taralli, prodotti di consumo comune per la popolazione napoletana attestandone quindi la radicazione nei costumi alimentari di Napoli.
Indovinate un po' chi si è laureata con una tesi proprio sulle prime consolidazioni prammaticali del '500 :-)
I susamielli hanno una consistenza particolare, quasi gommosa, 'nghiummuso, come si dice dalle mie parti, ed infatti il termine susamiello è anche utilizzato per indicare qualcosa di pesante, fastidioso da sopportare, in effetti ci vuole un po' per masticarlo :-)
È un dolce che si impara ad apprezzare col tempo, con l'età, forse diventando antichi pure noi :-)

I miei più sinceri auguri di un sereno Natale

200 g di farina,
200 g di miele
80 g di zucchero,
100 g di mandorle sbucciate
100 g di scorzette di arancia e mandarino candite
la scorza grattugiata di due mandarini
1 pizzico di pisto (un mix di cannella, pepe bianco, chiodi di garofano e noce moscata in polvere)
5 g di ammoniaca per dolci

Tritare le mandorle e i canditi separatamente.
Sulla spianatoia mescolare farina, zucchero, mandorle, canditi, pisto, scorza grattugiata e ammoniaca, formare una fontana. Sciogliere il miele, versarlo bollente nel mezzo della fontana. Mescolare prima con un cucchiaio di legno, poi impastare con l'aiuto di una spatola quindi, quando l'impasto si è un po' raffreddato, a mano. Dividere la pasta in tanti pezzi da circa 65 g, formare dei bastoncini piuttosto spessi, foggiarli ad esse, allinearli su una teglia protetta da carta forno, sistemare tre mandorle come decorazione, spennellare con acqua.
Infornare in forno statico a 180° per circa 15 minuti.
Attenzione come potete vedere scuriscono facilmente.
Lasciare riposare qualche giorno.

La ricetta è presa da La cucina della Campania di Anna e Piero Serra
La prammatica citata si trova qui



http://quantimodidifareerifare.blogspot.it/2016/11/quanti-modi-di-fare-natale-con-noi.html 

domenica 11 dicembre 2016

Quanti modi di fare e rifare i biscotti allo zenzero per Natale


È quasi Natale tempo di biscotti è biscottini, non possono mancare sotto l'albero, sono per Babbo Natale!
Meglio portarsi avanti col lavoro! Insieme alla Cuochina oggi siamo nella cucina di Vittoria, impareremo a fare suoi i biscotti allo zenzero.
Ehm … i miei proprio allo zenzero non sono, pensavo di averlo in dispensa, ho allungato la mano, cercato e cercato, ma niente :-(
Poiché trascinata come sono, precipitevolissimevolmente ma piacevolmente, da tanto, forse troppo, non ho possibilità di programmare ripetizione alcuna per cui deve essere buona la prima o ce la facciamo piacere :-) i biscotti li ho preparati solo con miele e cannella, erano tanto buoni lo stesso!
Chissà che da una dimenticanza non possa nascere una ricetta :-) intanto questi, insieme a quelli allo zenzero, di cui nel frattempo ho fatto scorte, certo non li lascio, li ripeterò sicuramente per Natale!
Quante cose impariamo con la Cuochina!
Ed ora vado a piluccare qualche biscottino dalle mie amiche dei QUANTI!

45O g di farina per torte (70% di farina 00, 30 % di amido di frumento)
2 cucchiaini e ½ di cannella in polvere
i semini di una bacca di vaniglia
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di sale
60 g di zucchero semolato
60 g di zucchero di canna
160 g di miele millefiori
200 g di burro
1 uovo

In una capiennte ciotola mescolare con cura la farina, la cannella, la vaniglia, il lievito ed il sale.
A parte lavorare il burro e i due tipi di zucchero, unire, l'uovo e il miele amalgamando bene il tutto. Unire la farina con le polveri al composto di burro e miele lavorando fino ad ottenere un impasto morbido e compatto. Formare una palla, avvolgere con pellicola, trasferire in frigo fino al giorno successivo (deve riposare almeno 5 ore).
Il giorno successivo prelevare una parte dell'impasto lasciando l'altra al fresco in frigo. Stedere l'impasto ad uno spessore di circa 5 mm, ritagliare con le formine, adagiare su una placca protetta da carta da forno, continuare fino ad esaurimento dell'impasto. Cuocere in forno statico già a temperatura a 180° per 8 minuti, attenzione colorano facilmente!


Ci vediamo a gennaio con i menù della Cuochina prepareremo le orecchiette con le cime di rapa, non vedo l'ora!!! 



LA NOSTRA CUOCHINA

giovedì 10 novembre 2016

Torrone ai canditi per un San Valentino novembrino


Qui da me, a Castellammare di Stabia, è consuetudine regalare in occasione delle festività di Ognissanti dei torroncini alle fidanzate ma anche a mogli, nonne,  mamme, a chi si vuol bene insomma :-)
Un simbolo d'amore, atteso, spesso quasi preteso :-)
I torroncini sono sottili sfoglie di torrone a forma rettangolare, ovale, di stella e più spesso di cuore, ricoperte di cioccolato o naspro e decorati con zuccherose scritte "personalizzate" di glassa colorata altrettanto zuccherina.
Un tripudio di dolcezza dalle forme, alle decorazioni, alle scritte, per non parlare della sostanza.
Tutto sembra stridere col rigore delle festività celebrate, più che Ognissanti e Commemorazione dei defunti, stando alle vetrine delle pasticcerie, sembra San Valentino :-)
Un contrasto apparente, la vita si celebra festosamente mentre ricorda la morte, esorcizzandola. Questa almeno l'interpretazione antropologica dell'usanza, di Annibale Ruccello, commediografo ed ed attore stabiese, che sottolinea connessione sempre presente in questo tipo di ritualità gastronomica fra la morte ed il mangiare, fra il mangiare e il sesso.
Nella tradizione popolare lo stesso concetto è espresso in termini semplificati.
Secondo la leggenda, che possiamo leggere qui, tanti anni fa un giovane pasticcere, avrebbe creato un torroncino a forma di cuore per donarlo alla sua fidanzata, orfana di mamma, per addolcirene la tristezza nei giorni della commemorazione dei defunti per lei così dolorosi.
Il dolce consola, risana, conforta … e anche se non c'è bisogno di conforto fa bene lo stesso :-)
Io non sono molto brava con le decorazioni, guardo più alla sostanza.
Questo è il torroncino che ho preparato per mio marito, è il suo gusto preferito :-)

350 g di cioccolata bianca
125 g di crema alba
75 g di canditi interi

200 g. di cioccolato fondente

2 stampi in silicone 15 cm x 4 cm x 6 cm
Fondere il cioccolato fondente a bagnomaria cercando di mantenerlo ad una temperatura bassa perché non coli troppo quando si andrà a versarlo nello stampo.
In effetti il cioccolato si dovrebbe temperare perché altrimenti possono determinarsi delle alterazioni di colore, il temperaggio non è essenziale, come potete vedere, nel caso si utilizzi uno stampo in silicone e sicuramente non lo è se il cioccolato dovete solo mangiarlo e non metterlo in posa e fotografarlo :-)
Versare del cioccolato nello stampo e rivestirne le pareti con uno strato sottile e uniforme facendone colare via l'eccesso, capovolgere.
Trasferire in frigo per 5 minuti, ripettere l'operazione. Riporre in frigo.
Fondere a bagnomaria il cioccolato bianco, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, mescolare, ed infine unire i canditi affettati non troppo sottilmente.
Versare nello stampo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per almeno 4 ore.
Fondere a bagnomaria il cioccolato fondente versarne 3 – 4 cucchiai sulla base del torrone, livellare con una spatola.
Riporre in frigo per 1 ora.
Rifilare i bordi dello stampo eliminando il cioccolato in eccesso, capovolgere lo stampo nel piatto da servizio, si sformerà da solo.
Attendere almeno mezz'ora prima di tagliarlo.


Di solito torroncini sono preparati utilizzando sfoglie di torrone classico alle mandorle, qualche volta alle nocciole, o anche torrone morbido o torrone al cioccolato come nel mio caso.

Per il post mi sono documentata qui:
http://www.liberoricercatore.it/il-torroncino-dei-morti/
Annibale Ruccello Scritti inediti citato qui  e consultato qui  

Ed ecco i torroncini stabiesi ... 

 
La foto proviene da Libero ricercatore un bellissimo sito che si occupa di storia, cultura e tradizioni stabiesi che vi invito a visitare per un approfondimento.



 

domenica 6 novembre 2016

Il torrone dei morti




Paese che vai, usanze che trovi …. qui da noi ai morti si fa festa, le vetrine delle pasticcerie sono imbandite di prelibati, succulenti dolci … ehm, ehm, ehm … più o meno a forma di cassa, ma profumati, ammiccanti, riccamente adornati, colorati, infiorati e infiocchettati come e meglio dei più prelibati pasticcini di cake desig.
Sono i torroni dei morti, dolci di morbida, voluttuosa cioccolata racchiusi in una forma inequivocabile, rettangolare, e ricoperti di lucido cioccolato fondente.
Un pò tetro si direbbe :-) ma  guscio di cioccolato nasconde un paradiso degustativo e sensoriale, noci, nocciole, mandorle, amarene, canditi, avvolti da un morbido scioglievole impasto variamente e vivacemente colorato in un tripudio, gusti, sapori, colori e consistenze.
La morte nasconde e svela la vita, forse anche per questo il torrone dei morti si serve a fette, fette di variegata, prelibata esistenza.
Tanto e molto altro ancora sul Torrone dei Morti e la sua storia nell'articolo della nostra ambasciatrice la mia amica Lucia Melchiorre del blog Le ricette di Luci che sicuramente ci riserverà una fantastica ricetta.



Per il torrone alla nocciola
350 g di cioccolata bianca
125 g di crema alba
2 cucchiai di pasta di nocciole (secondo i gusti)
75 g di nocciole tostate e scusciate

Per il torrone gianduia ricetta di Lucia
175 g di cioccolato fondente
75 g di crema alba
125 g di crema spalmabile alla nocciola
75g di nocciole tritate

200 g. di cioccolato fondente

1 stampo in policarbonato per torrone dei morti 19 cm x 6,50 x 7,50



Fondere il cioccolato fondente a bagnomaria cercando di mantenerlo ad una temperatura bassa perché non coli troppo quando si andrà a versarlo nello stampo.
In effetti il cioccolato si dovrebbe temperare perché altrimenti possono determinarsi delle alterazioni di colore, il temperaggio non è essenziale, come potete vedere, nel caso si utilizzi uno stampo in policarbonato.
Versare del cioccolato nello stampo e rivestirne le pareti con uno strato sottile e uniforme facendone colare via l'eccesso, capovolgere.
Trasferire in frigo per 5 minuti, ripettere l'operazione. Riporre in frigo.
Fondere a bagnomaria il cioccolato bianco, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, aggiungere la pasta di nocciole, mescolare ed infine le nocciole tagliate a metà.
Versare nello stampo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per 2 ore.
Intanto fondere a bagnomaria il cioccolato fondente, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, aggiungere la crema spalmabile al cioccolato, mescolare, quindi unire le nocciole tritate.
Versare nello stampo fino a pochissimo dal bordo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per 12 ore.
Fondere a bagnomaria il cioccolato fondente versarne 3 – 4 cucchiai sulla base del torrone, livellare con una spatola.
Riporre in frigo per 1 ora.
Rifilare i bordi dello stampo eliminando il cioccolato in eccesso, capovolgere lo stampo nel piatto da servizio, si sformerà da solo.
Attendere almeno mezz'ora prima di tagliarlo.


Qui da me, a Castellammare di Stabia, è consuetudine regalare torroncini, in prevalenza sottili e  croccanti, nella consueta forma rettangolare o più spesso a forma di cuore, decorati con cuori, fiorellini, ghirigori, confettini e dolci scritte di glassa zuccherina e colorata, alle fidanzate, mogli, compagne … insomma quasi un San Valentino.
Io non sono molto brava con le decorazioni, guardo più alla sostanza.
Questo è il torroncino che ho preparato per mio marito, è il suo gusto preferito :-)


La ricetta? in settimana ....

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

venerdì 29 aprile 2016

Le monachine



Napoli un tempo pullulava di conventi e monasteri femminili, tutto il centro storico, partendo dai Tribunali fino a Piazza Dante ed oltre, ne era pieno. Luoghi, spesso di clausura, popolati da donne che per vocazione, per necessità, per consuetudine o per devozione, avevano scelto una vita votata alla contemplazione, alla meditazione e alla preghiera.
Proprio i conventi divennero, tra il cinquecento e l'ottocento, le migliori e più grandi pasticcerie napoletane dando vita a pregiatissimi e prelibati dolci, evocativi di piaceri terreni lontani dalla rigore della vita monastica, che in grandissima parte ancora oggi conosciamo e apprezziamo.
Del resto l'attività delle suore pasticcere era “giustificata”, i dolci si producevano solitamente per determinate ricorrenze o periodi dell'anno legati a una festività religiosa e si distribuivano, con indubbia approvazione sociale, o si regalavano alle persone incaricate del “servitio di fuora”, o per guadagnarsi favori, e anche per risolvere liti ….. il dolce, addolciva :-)
Col tempo la produzione dolciaria divenne anche fonte di reddito per i conventi che continuarono a praticarla in via istituzionale, specializzandosi.
Così nel convento del Divino Amore si producevano i dolcetti omonimi, il convento di S. Maria Maddalena era famoso per la pasta reale, le benedettine di S. Gregorio Armeno per la torta di rosa, il convento di S. Maria Regina Coeli per la sfogliatona, il monastero della SS. Trinità per la torta di bocca di dama, quello di S. Chiara per i raffioli, le zeppole i mostaccioli e il sanguinaccio, le monache della Croce di Lucca per gli struffoli, il convento delle Trentatrè per le monachine.
La monachina è un dolce di pasta sfoglia ripiena di crema ed amarene, probabilmente la progenitrice della più celebre ed elaborata sfogliatella Santa Rosa inventata nell'omonimo convento di Amalfi, pare, infatti che tra conventi, tra badesse, spesso imparentate, vi fosse una certa circolazione di consigli e ricette.
Eccone la ricetta originale, trascritta da una “monachina” come ci è stata riportata dal poeta Salvatore di Giacomo.

Prendi il sciore e mettilo sopra il tagliero nella quantità di rotolo mezzo. Mettici un pocorillo d’insogna e faticalo come un facchino. Doppo stendi la tela che n’e riuscita e fanne come se fosse una bella pettola. In mezzo alla pettola mettici un quarto d’insogna ancora, e spiega a scialle, 4 volte d’estate; 6 volte d’inverno. Tagliane tanti pezzi, passaci il laganaturo e dentro mettici crema e cioccolata o se più ti piace ricotta di Castelllammare. Se ci metti un odore di vaniglia o pure acqua di fiori e qualche pocorillo di cedro, fa cosa santa. Fatta la sfogliata, lasciala mezza aperta e mezza ‘nchiusa da una parte e dove lì scorre la crema facci sette occhi piangenti con sette amarene o pezzulli di percocata. Manda tutto al forno, fa cuocere lento, mangia caldo e alliccate le dita

Attualmente la monachina è principalmente un dolce da colazione, una sfoglia a forma di mezzaluna che racchiude completamente il ripieno, io ne ricordo una versione da pasticceria, una classica “pasta” domenicale a forma triangolare nella quale, come nella descrizione della “monachina” di Salvatore di Giacomo, la crema e l'amarena fuoriuscivano dal dolce.
Una sfoglia chiusa su un lato e aperta sugli altri due, ma come si farà mai? Forse ci vuole qualche stampo particolare, antico, ormai dimenticato ….
Ma no, signò, vulit fà e monachin, nun c' vo' nient … è facile” così il mio maestro, dall'alto della settantennale pratica di pasticceria, mi ha svelato l'arcano :-)
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale dei dolci del convento (s.Caterina da Siena) del Calendario del cibo italiano AIFB di cui è ambasciatrice Aurelia Bartoletti. Nel suo articolo meravigliose storie sulla pasticceria conventuale e, sicuramente, stupende ricette.

monachine
500 g. di pasta sfoglia
1 uovo

crema pasticcera di Maria Grammatico
2 tuorli d'uova
150 g. di zucchero
40 g. di amido (di grano o di mais)
½ l di latte
la buccia di mezzo limone grattugiata

per completare
amarene
zucchero a velo


Preparare la crema pasticcera
In un tegame pesante, sbattere insieme i tuorli e lo zucchero con una frusta. Sciogliere l'amido in mezzo bicchiere del latte, poi aggiungerlo al latte rimanente, mescolando bene. Versare il tutto lentamente nel tegame con i tuorli, mescolando bene con la frusta.
Cuocere a fiamma bassa, mescolando continuamente, per 10 - 12 minuti finché non diventi molto spesso come un budino. Incorporate la buccia grattugiata.
Versare in una terrina e coprite con la pellicola, facendo sì che la pellicola posi direttamente sulla crema, e lasciare raffreddare.
Stendere la pasta sfoglia non troppo sottile (io ho usato della pasta sfoglia già stesa pronta e di ottima qualità).
Ritagliare con precisione dei quadrati (ho usato un coppapasta).
Sbattere l'uovo, pennellare l'interno dei quadrati, chiuderli sovrapponendo gli angoli opposi, ottenendo così tanti triangoli, non premere.
Sistemare su una teglia protetta da carta da forno.
Cuocere in forno statico già a temperatura a 200° per circa 15 minuti, devono dorare.
Lasciare raffreddare bene.
Una volta fredde con l'aiuto di un coltello riprendere la linea di separazione tra i due bordi che in cottura si saranno uniti senza sigillarsi, infilare con delicatezza la lama del coltello non per incidere ma per praticare una pressione, la monachina, con un po' dii aiuto si aprirà a conchiglia.
Riempire con crema pasticcera decorare con zucchero a velo e amarene.



Per il post mi sono documentata qui:

La ricetta della crema pasticcera è tratta da Mandorle Amare di Maria Grammatico e Mary Taylor Simeti
La citazione di Salvatore di Giacomo è tratta da La cucina della Campania di Anna e Piero Serra

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

venerdì 25 marzo 2016

La pastiera per il calendario del cibo italiano


Non si conoscono le origini della pastiera, densa com'è di simbolismi legati al rinnovamento, alla vita,  sicuramente si riallaccia ai culti ancestrali della fertilità e della rinascita, come del resto il tortano e i casatielli. 
Uova, formaggio, grano, da soli o combinati insieme, sono e rappresentano vita, vita che nasce, che si rinnova, vita da offrire.
Il dolce, almeno nella versione moderna, pare sia nato  in uno dei tanti conventi di Napoli, frutto della maestria e della devozione di una suora pasticcera.
Devozione, perché la pastiera è un dolce che non si improvvisa, necessita di cura, attenzione, tempo e pazienza,  tanta pazienza nell'attendere che che maturi,  che gli ingredienti e gli aromi si fondano sprigionando gli inconfondibili, deliziosi umori, un nettare,  che non può non strappare un sorriso di piacere anche alla più fredda sovrana asburgica.

"A Napule regnava Ferdinando
Ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
Steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa
O’ musso luongo, nun redeva maje,
Comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera
Le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’creature:
Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,
Mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
A può purtà nnanz o’Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
Mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
E le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!”


Non esiste la ricetta della pastiera, ogni famiglia ha la sua pastiera con sapori, aromi e consistenze proprie, specifiche

È un dolce più di casa che di pasticceria.
C’è chi la preferisce ben cotta, chi, invece, più pallidina, chi assolutamente alta, chi, al contrario, solo bassa, chi più umida, chi asciutta, chi “per carità il grano va frullato”, chi abbonda con la cannella e chi ritiene che proprio li non debba andare, ed infine, c’è chi la preferisce con la doppia crema. 
Io sono affezionata ai sapori della pastiera di mia nonna che, ovviamente, si atteneva ad una ricetta che però variava ed aggiustava ad occhio, nell’impossibilità di riprodurla tal quale, negli anni ho sviluppato una mia ricetta che riproduce quei profumi e quelle consistenze ai quali in casa siamo affezionati. 
La ricetta è quella tradizionale, con qualche variazione,  la cottura fa la differenza, la mia pastiera risulta croccante e ben cotta all’esterno ed umida, sugosa ma compatta all’interno,  a noi piace :-)
Con questo post contribuisco alla Giornata Nazionale della Pastiera Napoletana del Calendario del Cibo Italiano AIFB. Nella pagina dedicata al Calendario il sicuramente bellissimo articolo della nostra ambasciatice Francesca Lucisano e meravigliose ricette. 
 

pasta frolla per pastiere di Francesca
1 kg. di farina
6 uova (5 tuorli e 1 intero)
300 g. di zucchero
500 g. di burro
2 bustine di vanillina (in questa versione ho usato i semini di mezza bacca di vaniglia)
la scorza grattugiata di un limone
1 guscio d’uovo di latte
un pizzico di sale

Nel Kenwood, frusta K, velocità 1 – 2, amalgamare velocemente il burro (freddo) a pezzetti con la farina fino ad ottenere uno sfarinato, unire lo zucchero, l’uovo, i tuorli e il sale, azionare ancora la planetaria a velocità 1 – 2 per pochi secondi giusto il tempo di compattare il tutto aggiungendo, se necessario, a filo circa un guscio d’uovo di latte freddo, si otterrà un impasto compatto ma ancora bricioloso. Avvolgere la pasta frolla in una pellicola di plastica e far riposare in frigo per circa un’ora finché non si sarà rassodata.

ripieno
1 lattina di grano per pastiere da 420 g.
100g. di latte
30 g. di burro
la buccia grattugiata di un limone
700g. di ricotta vaccina ben scolata
600g. di zucchero
5 uova intere e 2 tuorli
2 bustine di vanillina (in questa versione ho usato i semini di mezza bacca di vaniglia)
2 fialette di millefiori
un pizzico di cannella
la buccia grattugiata di mezzo limone
150 – 200 g. di frutta candita intera

Versare in un tegame 100g. di latte, 30g. di burro, il contenuto della lattina di grano e la buccia grattugiata del limone. Cuocere a fuoco moderato per circa 10 minuti mescolando. Si otterrà una crema. Raffreddare. Montare (con lo sbattitore elettrico) la ricotta con lo zucchero fino ad ottenere un impasto molto omogeneo e fine. Unire sempre montando le uova, una alla volta, la vanillina, il contenuto delle fialette di millefiori, un pizzico di cannella e la scorza grattugiata di limone. Lavorare bene. Solo alla fine unire la crema di grano e i canditi precedentemente ridotti a pezzettini amalgamare ancora per un minuto.
Stendere la frolla, con essa foderare 3 teglie da pastiera (2 da 24 cm e 1 da 20 cm di diametro inferiore, o 2 da 28 cm) precedentemente imburrate, versarvi il ripieno facendo attenzione a non raggiungere il bordo della teglia (occorre fermarsi circa un dito sotto al bordo), decorare con striscioline di pasta frolla formando il classico motivo decorativo. Cuocere in forno statico a 180° per circa un’ora avendo cura di ruotare le teglie a metà cottura, coprire con alluminio se le pastiere dovessero scurirsi troppo.
Sfornare e lasciare raffreddare. La pastiera come è noto avrebbe bisogno di 3 giorni di riposo per permettere ai suoi aromi di amalgamarsi e fondersi in un’unica fragranza, avrebbe.... nella mia cucina di solito almeno una non riposa, semplicemente raffredda.
Ovviamente residuerà della pasta frolla (è preferibile non dimezzare la dose) che potrà essere congelata ed utilizzata in seguito come ottima base per crostate.


Buona Pasqua

.... e fatemi gli auguri, oggi è il mio compleanno :-)

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