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lunedì 30 maggio 2022

Cake fondente al cioccolato e ancho chili



 

Ci risiamo riproviamo a riprendere, questa volta con un bel bagaglio di foto e ricette accumulato in questi anni, perché cucinare si è sempre cucinato, fotografare è irresistibile, non se ne può fare a meno. 

E siamo qua.

Oggi propongo una ricetta preparata qualche tempo fa per Keep Calm and What's for dinner.

Si tratta di una torta molto particolare che si pone nella scia degli accostamenti geniali di Ottolenghi, che a volte sono scontri, infatti viene da Thomasina Miers che collabora con con lui in Feast.

Cioccolato e peperoncino dove il peperoncino è l'ancho, quella sorta di peperone che in Messico è utilizzato un po' dappertutto, anche fresco in piatti salati, ripieno di carne, formaggio ...

Piccante è piccante, ma moderatamente con un gusto dolce che somiglia al peperone e alla paprica.

Se non ne disponete omettetelo tranquillamente, il dolce con la sua particolarissima tecnica di esecuzione ha un suo senso a prescindere ed è comunque da provare.

In rete si trova facilmente purtroppo in quantità industriale che poi bisogna smalitire :-)

Per me lo smaltimento non è un problema già solo col il caramel al mandarino di Ottolengi mi sa che esaurirò le scorte :-)

Ed eccoci di nuovo qua :-)

A volte ritornano oppure non sono mai andati via


Da The Guardian aprile 2022


Ingredienti per 8–10 persone


240 g di burro non salato, più un extra per ungere

7 uova, separate

260 g di zucchero semolato

80 g di nocciole tostate

240 g di cioccolato fondente

1 peperoncino ancho, il gambo e i semi eliminati

2 cucchiai di tequila bianca

1 cucchiaino di estratto di vaniglia

25 g di cacao in polvere

¼ cucchiaino di cannella in polvere

un grosso pizzico di sale


Preriscaldate il forno a 170°, ventilato, ungete uno stampo a cerniera da 23 cm di diametro con il burro e foderatelo con carta da forno.

Sciogliete a bagnomaria a fuoco dolce il cioccolato e il burro. Lasciate raffreddare.

Portare a bollore un bicchiere di acqua in un piccolo pentolino, spegnete il fuoco e lasciate il peperoncino ancho a reidratare nell'acqua calda per 10 minuti.

Al termine scolate il peperoncino, strizzatelo e riducetelo in piccoli pezzi, con un mortaio o con un un coltello da cucina e aggiungetelo al cioccolato con la tequila e la vaniglia.

Mescolate bene fino a quando non si sarà sciolto, ci vorranno circa 5 – 10 minuti (personalmente mi sono aiutata con un mixer ad immersione).

In planetaria montate i tuorli con lo zucchero per qualche minuto, fino a quando non avranno triplicato di volume.

Ridurre a farina le nocciole con il cacao in polvere, la cannella e il sale e mettete da parte.

Montate a neve ben ferma gli albumi.

Versate gradualmente il cioccolato fuso nei tuorli, utilizzando un frullatore a immersione per amalgamare bene.

Incorporate a mano, con una spatola, il composto di nocciole e cacao, alternando gli albumi, in tre fasi.

Sistemate metà del composto nello stampo preparato e livellare la parte superiore.

Cuocete per 20 -25 minuti, fino a cottura, come sempre fa fede la prova stecchino!

Sfornate e lasciate raffreddare.

Preriscaldate il forno a 190°, ventilato.

Versate il resto del composto sulla torta e livellate con una spatola facendo attenzione a lasciare il bordo della base torta attorno.

Cuocete per 12-15 minuti, fino a quando non si sarà formata una leggera crosticina. Sfornate.

Si serve a temperatura ambiente o leggermente raffreddata.

Io ho completato con una spolverata di cacao amaro.

venerdì 8 dicembre 2017

Lecca lecca tiramisù

 
In questa favolosa rassegna di tiramisù organizzata dal Calendario del Cibo Italiano le potevano mancare questi inusuali lecca lecca nati dalla fantasia di Luca Montersino.
Più che lecca lecca scrocchianti praline prêt à porter, delicate nuvolette croccanti dal cuore morbido, invitanti e golose.
Non lasciatevi ingannare dall'apparenza, sono semplicissimi da preparare e di un buono stratosferico. Insomma il figurone è assicurato :-)
Gustiamoci in nostri deliziosi confortini da passeggio …
 
Per la crema a mascarpone e cioccolato bianco
125 g di crema pasticcera
300 g di cioccolato bianco
350 g di mascarpone
250 g di panna montata
5 g di caffè macinato

Per la copertura al cioccolato
150 g di cioccolato fondente al 70% di cacao
100 g di cioccolato bianco

Per la finitura
400 g di savoiardi
200 g di bagna al caffè
50 g di cacao

stecchi da gelato

Scaldate la crema pasticcera a 40°C, unite il cioccolato bianco fuso e incorporatevi, mescolando dal basso verso l'alto, la panna montata con il mascarpone; profumate il tutto con il caffè macinato.
Per la copertura al cioccolato, amalgamate il burro di cacao fuso con la copertura di cioccolato fatta fondere. Conservate a parte.
Per la bagna al caffè mescolate 140 g di caffè espresso caldo con 60 g, mescolare bene lasciare raffreddare.
Per la finitura, disponete i savoiardi l'uno accanto all'altro nella teglia girandoli sottosopra, inzuppateli leggermente con la bagna caffè adagiatevi sopra uno stecco e completate il tutto con la crema al cioccolato bianco e mascarpone aiutandovi con un sac-à-poche a bocchetta liscia.
Trasferire nel congelatore.
Al momento di servire togliete le preparazioni dal congelatore e passatele ancora congelate nella copertura preparata in precedenza, poi immediatamente nel cacao.


Da Tiramisù e chantilly di Luca Montersino
http://www.calendariodelciboitaliano.it/

giovedì 27 aprile 2017

Arroz con leche per il Club del 27


Il Club del 27 nasce dall'idea di recuperare lo spirito di condivisione che è alla base della nostra esperienza culinaria.

Che senso avrebbe cucinare una ricetta se prima non se ne parla, se ne discute, si cerca e si ci consiglia?
Perché sfornare un delizioso manicaretto se poi non si può riferire commentare e pubblicizzare cuoca e ricetta?
Vogliamo poi toglierci il piacere della critica? se la ricetta non è riuscita è certo colpa dell'amica che ce l'ha passata “quella no, non sa proprio cucinare” :-)
Ed è per questo che siamo qui, per una gratificazione, un commento, una critica e soprattutto un assaggio e non dobbiamo dimenticarlo altrimenti non avrebbero senso né tutto il nostro spignattamento né gli accessori che ci mettiamo vicino :-)
L'idea è di recuperare il tema del mese delle passate sfide di MTC, scegliere, discutere, condividere esperienze ricette e risultati, non solo in 27 ma tutto il mese, così come siamo, tra amiche appassionate di cucina.
Questo mese il tema è il riso, vi ricordate la sfida #41, collegato com'è alla sfida #65, il sartù.

L'immagine può contenere: 2 persone

Ne ho approfittato per aggiungere un'altra perla alla mia personalissima collezione di risolatte, l'arroz con leche di Simonetta Nepi che vi consiglio vivamente di provare e di assaggiare, per me (quasi) il paradiso in terra.
Tutte le ricette di questo mese sono qui io le ho viste in anteprima, non ne perdete nessuna, una più bella dell'altra!
Con la tessera n. 37 partecipo anche questo mese al Club del 27.

Proud to be a member
Alla prossima ….


1 ,5 lt di latte
150 g di riso originario
200 g di zucchero
mezzo baccello di vaniglia
cannella in polvere

In una capiente pentola mettere a bagno il riso per qualche ora nel latte lasciando in infusione anche la vaniglia.
Trasferire la pentola sui fornelli e cuocere fuoco lento fino a che il riso non risulti cotto. Unire lo zucchero e lasciare cuocere qualche altro minuto. 
L'arroz deve risultare cotto, spesso e cremoso.
Raffreddare, servire con una spolverata di cannella in polvere.




L'immagine può contenere: sMS

giovedì 10 novembre 2016

Torrone ai canditi per un San Valentino novembrino


Qui da me, a Castellammare di Stabia, è consuetudine regalare in occasione delle festività di Ognissanti dei torroncini alle fidanzate ma anche a mogli, nonne,  mamme, a chi si vuol bene insomma :-)
Un simbolo d'amore, atteso, spesso quasi preteso :-)
I torroncini sono sottili sfoglie di torrone a forma rettangolare, ovale, di stella e più spesso di cuore, ricoperte di cioccolato o naspro e decorati con zuccherose scritte "personalizzate" di glassa colorata altrettanto zuccherina.
Un tripudio di dolcezza dalle forme, alle decorazioni, alle scritte, per non parlare della sostanza.
Tutto sembra stridere col rigore delle festività celebrate, più che Ognissanti e Commemorazione dei defunti, stando alle vetrine delle pasticcerie, sembra San Valentino :-)
Un contrasto apparente, la vita si celebra festosamente mentre ricorda la morte, esorcizzandola. Questa almeno l'interpretazione antropologica dell'usanza, di Annibale Ruccello, commediografo ed ed attore stabiese, che sottolinea connessione sempre presente in questo tipo di ritualità gastronomica fra la morte ed il mangiare, fra il mangiare e il sesso.
Nella tradizione popolare lo stesso concetto è espresso in termini semplificati.
Secondo la leggenda, che possiamo leggere qui, tanti anni fa un giovane pasticcere, avrebbe creato un torroncino a forma di cuore per donarlo alla sua fidanzata, orfana di mamma, per addolcirene la tristezza nei giorni della commemorazione dei defunti per lei così dolorosi.
Il dolce consola, risana, conforta … e anche se non c'è bisogno di conforto fa bene lo stesso :-)
Io non sono molto brava con le decorazioni, guardo più alla sostanza.
Questo è il torroncino che ho preparato per mio marito, è il suo gusto preferito :-)

350 g di cioccolata bianca
125 g di crema alba
75 g di canditi interi

200 g. di cioccolato fondente

2 stampi in silicone 15 cm x 4 cm x 6 cm
Fondere il cioccolato fondente a bagnomaria cercando di mantenerlo ad una temperatura bassa perché non coli troppo quando si andrà a versarlo nello stampo.
In effetti il cioccolato si dovrebbe temperare perché altrimenti possono determinarsi delle alterazioni di colore, il temperaggio non è essenziale, come potete vedere, nel caso si utilizzi uno stampo in silicone e sicuramente non lo è se il cioccolato dovete solo mangiarlo e non metterlo in posa e fotografarlo :-)
Versare del cioccolato nello stampo e rivestirne le pareti con uno strato sottile e uniforme facendone colare via l'eccesso, capovolgere.
Trasferire in frigo per 5 minuti, ripettere l'operazione. Riporre in frigo.
Fondere a bagnomaria il cioccolato bianco, fuori dal fuoco unirlo alla crema alba, mescolare bene, mescolare, ed infine unire i canditi affettati non troppo sottilmente.
Versare nello stampo, agitare delicatamente per livellare, riporre in frigo per almeno 4 ore.
Fondere a bagnomaria il cioccolato fondente versarne 3 – 4 cucchiai sulla base del torrone, livellare con una spatola.
Riporre in frigo per 1 ora.
Rifilare i bordi dello stampo eliminando il cioccolato in eccesso, capovolgere lo stampo nel piatto da servizio, si sformerà da solo.
Attendere almeno mezz'ora prima di tagliarlo.


Di solito torroncini sono preparati utilizzando sfoglie di torrone classico alle mandorle, qualche volta alle nocciole, o anche torrone morbido o torrone al cioccolato come nel mio caso.

Per il post mi sono documentata qui:
http://www.liberoricercatore.it/il-torroncino-dei-morti/
Annibale Ruccello Scritti inediti citato qui  e consultato qui  

Ed ecco i torroncini stabiesi ... 

 
La foto proviene da Libero ricercatore un bellissimo sito che si occupa di storia, cultura e tradizioni stabiesi che vi invito a visitare per un approfondimento.



 

sabato 29 ottobre 2016

Zucca e fagioli


Oggi il Calendario del Cibo Italiano celebra i fagioli, un alimento antico e benefico, che accompagna da sempre la storia dell'uomo.
Conosciuto e coltivato fin dall'antichità, il fagiolo ha rappresentato parte essenziale dell'alimentazione della civiltà che si affacciavano sul mediterraneo, tanto importante da assurgere, per gli egiziani, a cibo rituale consumato dai sacerdoti in occasione di particolari culti o solennità.
Per i romani invece il fagiolo era il cibo del popolo, rozzo e comune, tanto da essere definito da Virgilio vilem phaeseulum in contrapposizione ad altri cibi ben più raffinati riservati ai ceti sociali più elevati. Questa considerazione non impedisce però ad Apicio di riservare un intero capo del suo De re coquinaria ai legumi e, tra essi, i fagioli.
I fagioli conosciuti dagli antichi non sono però i “nostri” fagioli, i phaeseolus vulgaris, che, giunti dalle Americhe, più grossi, prolifici e resistenti, soppiantarono in breve tempo la coltivazione del autoctono e antico dolichos, fagiolo dall'occhio.
Tanto e molto altro ancora sui fagioli e la loro storia nell'articolo della nostra ambasciatrice Elena Broglia del blog Zibaldone Culinario che sicuramente ci riserverà bellissime ricette. 
Il mio contributo è una tradizionale zuppa campana calda e piccantina profumata di prezzemolo un comfort food semplice e sostanzioso.
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale dei Fagioli del Calendario del Cibo Italiano AIFB.



250 g. di fagioli precedentemente ammollati e lessati
500 g. di zucca a dadini
aglio
1 peperoncino
qualche rametto di prezzemolo
sale
olio extravergine di oliva
In una capiente pentola soffriggere l'aglio schiacciato in qualche giro d'olio, unire la zucca, il prezzemolo e il peperoncino, salare. Cuocere a fuoco moderato, coperto per circa mezz'ora, la zucca dovrà cuocersi ma non disfarsi. Unire i fagioli, regolare di sale, continuare la cottura ancora per una decina di minuti.



Per il post mi sono documentata qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Phaseolus_vulgaris
https://en.wikipedia.org/wiki/Dolichos_(plant)
https://it.wikipedia.org/wiki/Vigna_unguiculata
http://www.taccuinistorici.it/ita/news/moderna/orto-frutti/fagioli-dolici-e-americani.html 
 
http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

sabato 24 settembre 2016

Le Graffe di Di Matteo


Le graffe sono uno dei più popolari street food campani, morbide e fragranti, si affacciano tentatrici ad ogni angolo, evocando lusinghe zuccherine.
Un must a colazione, l'irresistibile spezzafame, la conclusione di una serata.
Come molte altre prelibatezze della cucina napoletana le graffe vengono da fuori, frutto della straordinaria commistione tra culture, esperienze e … ricette determinata dalla Storia, sono austriache :-)
Perchè a Napoli ci sono stati anche gli Asburgo, per un breve tempo, dopo il trattato di Utrech, regnando direttamente, e, più frequentemente come consorti reali, è quindi probabile che possa esserci stata una contaminazione culinaria oltreché culturale.
Infatti sembra che il termine graffa derivi dal tedesco krapfen, uncino, che indica tra l'altro antiche fritture tradizionali curve, arcuate, come lo sono del resto le nostre graffe.
Le stranezze storiche e linguistiche non finiscono qui, se infatti a Napoli esiste ancora una frittella arcuata che conserva chiaramente l'ascendenza etimologica, in madrepatria,il termine krapfen ha finito per indicare dei lievitati fritti completamente diversi.
E ritorniamo a Napoli, con una ricetta che più partenopea non si può.
Tempo fa ho seguito un corso con Salvatore di Matteo che ci ha regalato la ricetta delle graffe di suo nonno.
La passione è condivisione ….. ecco la ricetta :-)
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale delle Graffe del Calendario del Cibo Italiano AIFB. Nell'articolo della nostra ambasciatrice Paola Sabino del blog Fairies'kitchen  tanto e tanto altro ancora sulle graffe e la loro storia e bellissime ricette.


½ litro d'acqua
30 g. di sale marino
100 g. di zucchero
150 g. di burro o margarina a temperatura ambiente
6 uova
12, 5 g. di lievito di birra
farina ad assorbimento, indicativamente 1 kg.

Nella ciotola della planetaria, versare l'acqua, far sciogliere il sale, unire metà dei grassi a temperatura ambiente, lo zucchero e le uova. Amalgamare gli ingredienti a velocità minima, frusta a gancio, unire metà della farina con il lievito aumentando la velocità a 1, aggiungere poco alla volta l'altra metà, unendo se necessario altra farina, quanto basta ad ottenere un impasto leggero e morbido, che comunque andrà incordato. Impastare a velocità 2 per circa 10 minuti, poi per 2 – 3 minuti a velocità 3, l'impasto dovrà incordarsi, quasi alla fine unire l'altra metà dei grassi.


Formare dei panetti di 70 – 100 g. in base alla grandezza che vogliamo dare alle graffe, riposare coperti per ½ ora. Stendere i panetti formando dei tronchetti, allungarli arrotolandoli sul piano, formare le graffe unendo le due estremità, sistemarle man mano su un piano leggermente infarinato. Lievitare per 2 ore, coperte, a temperatura ambiente ma al riparo da correnti.
Portare l'olio a temperatura, deve essere caldo ma non caldissimo, altrimenti si briuciano. Adagiare le graffe nell'olio a temperatura prendendole da sotto e allargandole leggermente. Passarle su carta assorbente e poi nello zucchero. 

 
Per il post mi sono documentata qui:
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/krapfen-graffe
https://it.wikipedia.org/wiki/Graffe_napoletane
https://it.wikipedia.org/wiki/Krapfen
http://www.lacooltura.com/2016/04/graffe-napoletane-la-ricetta-la-storia/


http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

venerdì 23 settembre 2016

Una rosticciata campana per il Calendario Italiano del Cibo AIFB

 
La patata è un tubero commestibile ottenuto dalle piante della specie Solanum tuberosum, una pianta erbacea originaria delle Ande. I conquistadores conobbero questo tubero proprio in Perù e lo portarono in Europa, cambiandogli nome da papa in patata, insieme a tante altre esotiche “prede” delle loro esplorazioni/spedizioni. 
Per quanto la patata rappresentasse per le popolazioni andine un alimento fondamentale, in Europa per molti secoli non fu considerata affatto un alimento, tutt'al più buona per gli animali, e trovò poca diffusione. Il tubero, dall'aspetto antiestetico e deforme, sembrava poco appetibile inoltre, essendo effettivamente ricco di solanina, se non opportunamente conservato e trattato, poteva realmente causare intossicazioni, da qui, probabilmente, pregiudizi e supersitizioni. Infine le papa portate dalle Americhe erano piante selezionate per la coltivazione in clima andino, in Europa davano raccolti scarsi ed inoltre risultavano insipide e poco appetitose. La resa non valeva l'impresa.
Solo a seguito dell'aumento della popolazione europea unita a una serie di carestie che interessarono l'Europa tra il '600 e il '700 cominciò ad affermarsi la coltivazione della patata per uso alimentare grazie anche al lavoro di agronomi, che certi del valore nutrizionale del tubero e della facilità e prolificità delle varietà opportunamente selezionate per le diverse tipologie di terreno, non esitarono a pubblicizzarne l'introduzione in agricoltura.
Fu dura vincere le resistenze, tante pubblicazioni ma anche trucchi e piccole astuzie, Parmentier, da agronomo, dovette addirittura improvvisarsi chef … la chiave era proprio nel gusto, bisognava trovare il modo di cucinarle in maniera appetitosa.
Negli anni a venire, poi,  ne abbiamo trovato  di ricette :-)
Tanto e tanto ancora sulle patate e la loro storia nel bellissimo articolo di Sara Bardelli del blog Qualcosa di Rosso, ambasciatrice della Settimana della Patata del Calendario del Cibo Italiano AIFB che trovate qui.
Questa che vi presento è una ricetta tipicamente settembrina
Tempo di piatti autunnali, caldi, sostanziosi, ritempranti.
Che c'è di meglio delle patate!
Una calda e rosticciata,  profumata di sedano novello, ci accoglie, insieme a una generosa fetta del più classico fiordilatte.
Un favoloso comfort food campano!

2 patate
sale
olio
sedano (meglio se novello)

Pelare le patate, tagliarle a fettine sottili, il più sottile possibile.
Trasferire le fettine in una capiente ciotola, condirle con sale, olio e sedano tritato mescolando bene.
Sistemare le patate in una padella antiaderente di circa 18 cm di diametro, chiudere con un coperchio. Cuocere a fuoco lento, se possibile su uno spargifiamme.
Quando la parte inferiore è bella croccante e dorata, con l'aiuto di un piatto o di un coperchio, girare. Cuocere allo stesso modo coperto e a fuoco lento anche l'altro lato fino a doratura.
Servire ancora caldo con una generosa fetta di fiordilatte o provola e, magari, una spolverata di parmigiano. 
Favorite! 
Per il post mi sono documentata qui: 

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/moderna/orto-frutti/patata-e-Parmentier.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Solanum_tuberosum
https://it.wikipedia.org/wiki/Patata_(alimento)
 

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

lunedì 19 settembre 2016

La pizza fritta


La pizza, almeno nell'immaginario collettivo, rappresenta Napoli, un'immensa, prelibata, rotonda e colorata icona commestibile.
Le sue origini sono antichissime, si perdono nel tempo se si considera che i primi pani prodotti dall'uono probabilmente erano schiacciati, di certo si sa che già i greci e i romani conoscevano e preparavano dei pani schiacciati. Il termine pizza, già utilizzato prima dell'anno mille, dovrebbe derivare dall'incrocio fortunato, avvenuto a causa degli snodi della Storia, forse dalle parti di Napoli, tra il termine pita di origine greca o, secondo alcuni, pinza di origine latina, indicante pani schiacciati e infornati, con la parola germanica, longobarda, pizzo indicante pezzo.
Dallo scioglilingua multiculturale occasionato dalla necessità di comunicazione e dall'appetito, che in qualsiasi lingua del mondo si rende sempre intelleggibile …. pizzo pita …. pita pizzo …. sarebbe nata LA PIZZA.
Oggi la festeggiamo, quale occasione migliore, il Calendario del Cibo Italiano ha scelto proprio la festa di San Gennaro per ricordare l'icona mondiale della napoletanità, nell'articolo delle nostre grandissime ambasciatrici Cinzia Martellini Cortella e Maria Teresa Cutrone potremo leggere davvero tutto sulla pizza, non me ne perderò una lettera, c'è tanto da imparare!
Io voglio parlarvi di una pizza che si fa solo a Napoli, la pizza fritta, antica come quella infornata, forse ancora più risalente, perchè prescinde dalla disponibilità di un forno, semplice, economica, accessibile ma non per questo meno prelibata, anzi forse di più, il fritto è più buono!
Alla festa della pizza non poteva mancare la pizza fritta.
Poverella lei, nasce in casa, è la mamma che frigge un po' di pasta cresciuta, lievito, acqua, farina, e tanto olio di gomito, per i figli, quando può l'arricchisce … una spolverata di formaggio, un po' di basilico, poi il pomodoro …. o la chiude riempiendola … due alici … un po' di ricotta e una foglia di limone e, magari, quando ci sono due cicoli, il più economico tra gli insaccati.
Cibo di donne, di mamme, che per arrotondare il ménage familiare friggono in strada e vendono a ogge a otto ... la ricordiamo o no Sophia Loren? :-)
La pizza fritta è un'opera d'arte.
Intorno a porta nolana ancora alla fine degli anni '80 c'erano delle vecchine che friggevano in strada manovrando con sapenza mestoli e schiumarole purtroppo non mi sono mai fermata ad assaggiare quelle che non sapevo essere le ultime pizze fritte, troppo giovane ed inesperta allora, adesso figuratevi :-)
In compenso qualche anno fa ho seguito un corso sulla pizza fritta da un bis bis nipote d'arte, Salvatore di Matteo, in qualche modo mi sono rifatta :-)
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale della Pizza, San Gennaro del Calendario del Cibo Italiano AIFB di cui sono ambasciatrici due grandissime esperte di lievitati Cinzia Martellini Cortella del blog Cindystar e Maria Teresa Cutrone del blog De gustibus itinera che ci spiegheranno sicuramente tanto sulla pizza napoletana regalandoci bellissime ricette che non vedo l'ora di leggere.


1 litro d'acqua
1600 /1800 g. di farina 00
60 g. di sale marino
3 grammi di lievito di birra

ricotta di latte vaccino
provola fresca
cicoli di testa affettati e tritati
passata di pomodoro
sale e pepe

In una ciotola versare l'acqua, far sciogliere il sale, versare metà della farina, iniziare ad impastare, unire il lievito, continuare a lavorare versando man mano la restante farina (indicativamente in inverno ci sarà bisogno di meno farina, in estate di più) fino ad ottenere un impasto morbido elastico e lucido. Ci vorranno circa 15 minuti, l'impasto è pronto quando si stacca dalle mani. Lasciare l'impasto non coperto nella ciotola per 10 minuti, al termine, riprendere e lavorare energicamente l'impasto ancora per qualche minuto.
Formare dei panetti da circa 130 g. sistemarli su una spianatoia, coperti, lasciarli riposare a temperatura ambiente ma al riparo da sbalzi termici per 8 ore.
Al termine stendere i panetti formando dei dischi circolari con cui formeremo le pizze. Sistemare al centro del disco di pizza la ricotta, stenderla, livellandola, lasciare liberi i bordi, sulla ricotta sistemare i cicoli e la provola e, al centro, un cucchiaio di passata di pomodoro. Sovrapporre l'altro disco di pizza e chiudere con attenzione premendo per far uscire l'aria, llungando, stringendo e schiacciando i bordi, sigillandoli.
In una capiente padella a bordi alti portare a temperatura abbondante olio di arachidi o di girasole. L'olio deve essere molto caldo, è a temperatura quando una pallina d'impasto immersa sale immediatamente a galla. Friggere con attenzione girando di continua la frittura con due schiumarole e, contemporaneamente, versando con un cucchiaio olio bollente sulla parte di pizza non immersa per farla gonfiare.
E' più facile a farsi che a dirsi, basta prenderci la mano :-) 



Per il post mi sono documentata qui:

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

sabato 17 settembre 2016

Cuscus dolce



La dominazione araba ha significativamente influenzato la cucina siciliana arricchendola con ingredienti, aromi, pietanze nuove e sconosciute, un incontro di sapori e sapienze che ha creato meraviglie!
Proprio come il cuscus, arrivato in Sicilia con gli arabi e qui trasformato.
Se infatti ancora oggi nel nord Africa il cuscus, espressione della cultura berbera, nomade, legata ad ambienti aspri, desertici è tradizionalmente servito con verdure e carne, principalmente di agnello o montone, in Sicilia l'incontro con il mare e la straordinaria ricchezza dell'alimentazione mediterranea ne ha fatto il naturale accompagnamento di sapidi sughi di pesce o, addirittura, in un trionfo di gusto un prelibato dolce.
Il cuscus divenne dolce nella quiete del monastero di clausura delle suore circestensi dello Spirito Santo ad Agrigento dove è ancora realizzato secondo l'antica ricetta rimasta segreta.
Il monastero fu fondato sul finire del XIII secolo per volonta della marchesa Rosalia Prefoglio, che decise di donare alle monache benedettine di Agrigento, a cui era particolarmente affezionata, una struttura fortificata di sua proprietà e un servo berbero.
Come cosuetudine dell'epoca le suore cominciarono a produrre dolci, prima in determinati periodi dell'anno o festività religiose, da regalare, poi da vendere per mantenere il convento, sfruttando anche le competenze e abilità acquisita nella lavorazione del cuscus forse proprio dal servo berbero.
Così tra preghiere, contemplazione e dedizione, canditi, mandorle e pistacchi … e chissà quale altro ingrediente segreto, il cuscus divenne un dolce, il dolce del Natale agrigentino.
La ricetta è ancora segreta, grazie anche al voto di stabilità il cuscus dolce si fa solo lì, ad Agrigento, dove è possibile ancora acquistarlo dalle suore insieme ad altre prelibatezze della cucina conventuale.
Ovviamente una volta o l'altra ad Agrigento ci andrò, ormai è deciso!
Magari soggiornerò proprio dalle suore che, sciolte dal voto di clausura, hanno aperto un bed and brekfast e forse a colazione servono anche qualche loro dolcetto che peraltro vendono anche on line.
Prodigi della globalizzazione!
Intanto gustiamoci un decoroso succedaneo :-)
Nell'articolo della nostras ambasciatrice Maria Pia Bruscia del blog La apple piedi Mary Pie molto altro ancora su cuscus, connubi e commisitioni culturali e gastronomiche e bellissime ricette.

200 g. di cuscus precotto
70 g. di cioccolato fondente
50 g. di mandorle pelate
50 g. di pistacchi dolci
50 g. di zucca candita
10 g. di zucchero a vel0
1 cucchiaino di miele
1 cucchiaino di cannella in polvere

Preparare il cuscus utilizzando del burro al posto dell'olio. Una volta pronto sgranarlo, poi aggiungere lo zucchero a velo e il miele. Tostare in padella le mandotle, tritarle, tritare anche i pistacchi e, separatamente, il cioccolato e la zuccata.
Unire al cuscus freddo il cioccolato, la zucca candita, la cannella, le mandorle e i pistacchi, mescolare. Far riposare in frigo prima di servire per almeno 30 minuti.




Per la ricetta Cuscus le ricette del mare nostrum Edizioni Del Baldo 

Per il post mi sono documentata qui:
https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Santo_Spirito_%28Agrigento%29
http://www.distrettoturisticodelleminiere.it/distretto/chiesa-e-monastero-del-santo-spirito/
http://www.agrodolce.it/ricette/cous-cous-dolce/



http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

lunedì 13 giugno 2016

La barzanella


La barzanella è un sughetto di pomodoro fresco preparato al momento, mentre cuoce la pasta, un pasto antico e semplice nel quale si sublimano i sapori della nostra cucina …. pasta, pomodoro, olio e poco altro …. eppure il risultato è ogni volta diverso …. il segreto è nell'eccellenza degli ingredienti ….
La breve cottura infatti consente di assaporare pienamente il pomodoro la cui sostanza esalta e si esalta nella bontà della pasta.
Non a caso la barzanella è un sugo tipico di Gragnano, la città della pasta, un condimento povero, contadino che all'occorrenza, però, può essere portato anche davanti a un re come il più sontuoso dei piatti.
Tra i tanti soggiorni regali nella Città della pasta nel corso dei secoli, infatti,  le cronache ricordano una visita del Principe Vittorio Emanuele III a Gragnano per portare conforto alla popolazione dopo una devastante alluvione. Al Principe e alla sua corte, ospitati con tutti i crismi da notabili del posto, tra le tante possibili specialità vennero serviti proprio fusilli alla barzanella. Consci della pregevolezza del piatto, nonostante la sua semplicità, gli ospiti sapevano di non sbagliare :-)
Concediamoci allora un piatto da re alla portata di tutti!


Con questo post partecipo alla Settimana del Pomodoro del Calendario delCibo Italiano AIFB. Nell'articolo della nostra ambasciatrice BetullaCostantini tanto altro ancora sul pomodoro e la sua storia e bellissime ricette.
Mi raccomando seguiteci, questa settimana ne vedremo delle belle!


250 g. di fusilli corti di Gragnano
300 g. di pomodori maturi
½ cipolla
olio extravergine di oliva
qualche fogliolina di basilico
parmigiano grattugiato

Sistemare sul fuoco una capiente pentola con abbondante acqua.
Mentre l'acqua arriva a bollore lasciare delicatamente appassire in qualche giro d'olio una mezza cipolla, unire i pomodorini tagliati a spicchi, salare, cuocere a fuoco medio-alto, coperto. Nel frattempo l'acqua sarà giunta ad ebollizione, salarla, calare la pasta. Continuare la cottura del sughetto per il tempo di cottura della pasta aggiungendo, quasi alla fine, qualche fogliolina di basilico.
Al termine scolare la pasta al dente, trasferirla nella padella dove il sughetto è in cottura.
Saltare la pasta nel sugo.
Servire con una spolverata di parmigiano grattugiato. 
Nella versione gourmet che ho rappresentato in foto la barzanella è decorata con ricotta e parmigiano mantecati che poi è una rivisitazione del nostro sugo con la ricotta, ma questa è un'altra storia …

 
Per il post mi sono documentata qui



http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/