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lunedì 30 maggio 2016

L'acqua cecata per THE RECIPE-TIONIST



Questo mese THE RECIPE-TIONIST è stato da Antonietta, nel suo bellissimo blog c'era davvero l'imbarazzo della scelta.
Adoro le ricette d'altri tempi che sanno di passato e rispecchiano i valori e la cultura della cucina contadina, quel sapere antico basato sul recupero, il riuso, soprattutto del pane che è vita e non va mai sprecato.
Così ho voluto preparare l'acqua cecata di Marcianise, un piatto semplice e schietto che sa di buono, di casa, di radici.
Con questo post partecipo a THE RECIPE-TIONIST che per il mese di maggio è ospitato dal blog La trappola golosa.

600 g di pomodorini rossi e sodi
300 g di pane raffermo
1 cipolla rossa di tropea
1 spicchio di aglio
Basilico
Origano
Olio evo
Sale
Aceto bianco

Sistemare il pane tagliato a pezzi grossolanamente in una ciotola, bagnarlo con acqua, scolarlo.
Trasferire il pane in un'insalatiera, unire i pomodori tagliati in quattro, la cipolla a fette sottili, l’aglio, il sale, l’origano, il basilico spezzettato con le mani, l’olio e l’aceto.
Mescolare e guarnire con striscioline di basilico fresco.




http://www.cuocicucidici.com/

venerdì 15 aprile 2016

La mattina mi colaziono la minestra .... pasta riposta e rifatta, Totò e la cucina della fame



Quante volte, a sera tardi, al termine di uno spettacolo, nei lunghi anni della gavetta, si sarà ritrovato davanti un piatto di pasta riposta, avanzata da pranzo, appositamente conservata, attesa.


Magari una pasta e fagioli come questa …. il suo piatto preferito.
L'abitudine di cucinare in più la pasta, conservandola per altri pasti è propria degli anni della povertà, della miseria, tra il primo e secondo dopoguerra, quando, soprattutto in determinati contesti sociali, era già tanto se si riusciva a mettere insieme, in un giorno, un unico pasto, che nella Napoli “mangia maccheroni” era rappresentato dall'alimento base, la pasta, sostanziosa, a buon mercato, confortevole e saziante. Un unico piatto che, se avanzava, veniva consumato nel corso della giornata, la sera a cena ma anche la mattina.
Questo Totò lo sapeva bene, e battute come “La mattina mi colaziono il minestrone” … “noi nel caffellatte non mettiamo niente: né caffè, né latte” non sono buttate lì, a caso, per raccogliere una risata, ma hanno un significato reale, quotidiano, drammatico e dirompente.
Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità.
Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore e la fame, il freddo, l'amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffellatte, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita”.
Totò la fame, quella vera, “che fa cascare morti” l'aveva patita e la rappresentava, anche negli anni del benessere, empaticamente, esorcizzandola.
Memorabile è il dialogo tra Pasquale e Felice Sciosciammocca (che posiamo rivedere qui) denso di richiami evocativi alla fame e, insieme un'unica, indimenticabile celebrazione del cibo.
In questa Giornata, con Totò, il nostro Calendario celebra la Fame, e, attraverso di lei, simbolicamente, il cibo.
Dalla fame, infatti, dall'arte trarre il massimo dalle risorse a disposizione, che, sembra sembra quasi contraddittorio, nascono le migliori prelibatezze.
Con questo post partecipo alla Giornata Nazionale di Totò del Calendariodel Cibo Italiano AIFB, nell'articolo della nostra ambasciatriceLucia Melchiorre, che possiamo leggere qui, storia, curiosità aneddoti sul grande Totò e bellissime ricette.


La pasta e fagioli no …. sono un signore, non posso mangiare queste cose, devo mangiare la maionese
 

500 g. di fagioli precedentemente ammollati e lessati, io ho usato i canari perché “sono fagioli con l'occhio
due manciate di spaghetti spezzati
1 sedano
1 ciuffo di basilico
5 pomodori datterini
aglio
olio extravergine di oliva
peperoncino

In una capiente pentola soffriggere il sedano tagliato a pezzettini in due cucchiai di olio e qualche spicchio di aglio, mescolare. Dopo 5 minuti unire i pomodorini a pezzetti, il basilico e il peperoncino. Continuare la cottura a fuoco moderato, mescolando di tanto in tanto, per circa 15 – 20 minuti, quindi aggiungere tre quarti dei fagioli con la loro acqua, amalgamare, aggiustare di sale.Cuocere ancora per 10 minuti da quando riprende il bollore. Passare tutto nel passaverdure, rimettere sul fuoco insieme ai fagioli interi rimasti, uniretre o quattro mestoli di acqua bollente.
Quando la minestra riprende il bollore calare la pasta. Portare a cottura, completare con qualche fogliolina di basilico fresco, servire con un filo di olio extravergine. Servire tiepida o fredda.
É buona anche il giorno dopo.

Al naturale ....
 

o saltata in padella, con la scorzetta, non antiaderente con olio o, per un'esperienza strong, con sugna ...


La ricetta della pasta e fagioli è presa, con qualche modifica, da Fegato là, fegato qua, fegato fritto e baccala di Totò curato da Liliana de Cursti e Matilde Amorosi

http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

Per il post mi sono documentata qui:
Siamo uomini o caporali. Psicologia della disobbedienza, Salvatore Cianciabella, che ho consultato qui
Il genio della necessità. Una storia della cucina napoletana di Juan Pablo de Gangi, che ho consultato qui
La grande abbuffata: percorsi cinematografici tra trame e ricette, Livio Giorgioni, Federico Pontiggia, Marco Ronconi, che ho consultato qui
e ancora qui e qui.

sabato 19 marzo 2016

Le zeppole antiche


Antiche sono antiche, lo erano già quando ero piccola, negli anni '70, visto che già allora, qui da me, le preparavano, per quanto possa ricordare, solo due pasticcerie.
Spiccavano aeree, sinuose e colorate, speciali, tra le altre rivestite solamente di crema e amarene.
Una meraviglia per noi bambini, smaniosi di affondare nella deliziosa glassa colorata per immergerci nella cedevole meringa …..
Forse per questo non le ho mai dimenticate :-)

In effetti già di per sé la zeppola è un dolce antico, le sue origini sarebbero addirittura da ricercare delle frictilia, frittelle di frumento preparate dai romani durante i liberalia, rito di passaggio celebrato il 17 marzo.
Probabilmente l'usanza di preparare frittelle in questi giorni non fu mai abbandonata e, forse, dopo l'abolizione dei culti pagani trasmigrò, appoggiandosi, nel tempo, alla festa di San Giuseppe, il 19 marzo.
La zeppola come oggi la conosciamo nacque sicuramente a Napoli, probabilmente in un convento, frutto dell'ingegno delle suore pasticciere.
In qualche modo trafugata al segreto dei conventi, la ricetta fu pubblicata per la prima volta da Ippolito Cavalcanti nel suo trattato di cucina napoletana “La cucina teorico - pratica”.
La zeppola di Cavalcanti, piuttosto diversa da quella moderna, fu poi perfezionata da Pasquale Pintauro che, per primo, pensò di friggere per il giorno di San Giuseppe la pasta bigné decorandola con crema pasticcera ed amarene. Le zeppole del Cavalcanti, infatti, erano non solo più durette ma rivestite solo di naspro, proprio come le mie zeppole ripiene di meringa.
Come ci sia finita la meringa sulla zeppola resta un mistero, che ci sia, magari lo zampino di un monzù?
Di fatto, per tantissimo tempo le due tipologie di zeppole sono convissute, me lo ha confermato il giovanissimo pasticciere, 70 anni di lavoro in pasticceria, che mi ha spiegato come farle “ ci sono sempre state … si facevano quelle e quelle”.
Le zeppole di Pintauro sono ancora un'istituzione, chi non è passato almeno una volta per il suo negozio? profuma di storia … ma di questo e di tantissimo altro sicuramente ci racconterà la nostra ambasciatrice.
Nella pagina dedicata del Calendario l'articolo della nostra ambasciatrice Cecilia Mazzei insieme a magnifiche ricette.



Per le zeppole al forno
250 g. di acqua
150 g. di burro
300 g. di farina
5 g. di sale
5 – 6 uova intere

In una capiente pentola scaldare l'acqua, il sale e il burro. Quando il liquido raggiunge l'ebollizione versare a pioggia la farina setacciata, rimestare subito con un cucchiaio di legno, continuare la cottura, sempre mescolando, fino a quando il composto non si staccherà dalle pareti.
Trasferire la pastella nella ciotola della planetaria, frusta k, impastare a velocità bassa (minimo) fino a che non avrà raggiunto la temperatura di 50°, aumentare la velocità, incorporare le prime 5 uova, una alla volta, ed eventualmente, alla fine il sesto uovo.
Per capire se è necessario aggiungere il sesto uovo fare un segno sulla pasta se il segno resta aperto è necessario unire un altro uovo.
Trasferire il composto in un sac á poche, formare le ciambelline su una teglia protetta da carta forno, cuocere in forno statico, già a temperatura, a 180° circa 15 minuti, devono gonfiarsi e dorare.
Sfornare e lasciare raffreddare.

Per la meringa

125 g. di albume
125 g. di zucchero
250 g. di zucchero a velo

Montare l'albume nella planetaria vel. 3, frusta K, aggiungendo lo zucchero in tre tempi. Deve montare circa 20 minuti. Quando l'albume sarà ben montato unire delicatamente a mano, con la spatola lo zucchero a velo.

Assemblaggio
zeppole cotte al forno e fredde
meringa cruda
125 g. di zucchero fondente

Sistemare le zeppole su una placca da forno protette da carta da forno, dressare su ciascuna con l'aiuto di un sac á poche un ciuffo di meringa. Infornare a 50° – 60° in forno statico già a temperatura, giusto il tempo che si formi, sulle meringhe una sottile crosticina, 10, 15 minuti L'interno deve rimanere morbido, spumoso e scioglievole.
Raffreddare.
In una pentolina sufficientemente larga sciogliere a bagnomaria lo zucchero fondente unendo poca acqua, qualche cucchiaio, quanto basta per ottenere un composto fluido che possa accarezzare le meringhe ma non colare troppo. Attenzione non deve mai bollire e restare sempre bianca, se diventa trasparente è inutilizzabile.
Unire qualche goccia di colorante fino ad ottenere il punto di colore desiderato.
Io le ricordo bianche, rosa, gialle, al cacao ...
Passare velocemente la parte meringata delle zeppole nello zucchero fondente a bagnomaria o, se non si vogliono correre rischi, ricoprire velocemente le meringhe con l'aiuto di un cucchiaio … lo zucchero fondente indurisce in fretta.
Raffreddare su una gratella.

Il fondente può essere preparato in casa è semplice una volta capito il meccanismo ma faticoso, soprattutto in grosse quantità, come ricorda Maria Grammatico che di fondente ne ha fatto tanto in vita sua, io ho preferito usare quello pronto, già fatto :-)

Per il post mi sono documentata:
"La cucina teorico - pratica"  di Ippolito Cavalcanti, ed Gregorio Capasso che ho trovato qui
Interessante per comprendere la differenza tra le zeppole di Cavalcanti e quelle moderne è l'aneddoto che possiamo leggere qui




http://www.aifb.it/calendario-del-cibo/

lunedì 8 febbraio 2016

I migliacci per la settimana di carnevale


Oggi, per il Calendario del Cibo Italiano AIFB, inizia la settimana del carnevale di cui è ambasciatrice Ilaria Talimani, nella pagina dedicata al Calendario possiamo leggere il suo articolo per approfondire ricette, tradizioni e storia del carnevale in Italia.
Il mio contributo è una ricetta d'altri tempi, propria della tradizione contadina dei mondi Lattari che mi sembrava doveroso includere nel Calendario del Cibo italiano.
La mia personale ricerca dei piatti “perduti” della tradizione contadina mi ha condotto, a Carnevale, dritta dritta al migliaccio, precisamente ai migliacci. Perché di migliaccio la cucina campana non ne conosce uno solo, ma una molteplicità.
Dolce, salato, con semola di grano duro o farina di mais, con o senza pasta e ripieno … pare che ogni paesino abbia il suo migliaccio!!!
Qualche anno fa vi ho presentato il migliaccio che faccio io, ricetta ricevuta in dono e come un dono condivisa.
Adesso è arrivato il momento di immergerci nel passato della tradizione contadina dei monti Lattari e tradurre in atto un vecchio ricordo di famiglia.
Mia nonna raccontava di certe pizze fatte di spaghetti e semola, ripiene di salsiccia secca, fritte e spolverate di zucchero e confettini che preparava sua mamma, la mia bisnonna, che immagino li, vestita di grigio, a spargere manciate di zucchero sui suoi migliacci, augurio di abbondanza nella povertà di quei tempi, prima dell'imminente quaresima.
Di quei migliacci non ne ho mai assaggiato.
Con l'età ho sviluppato una notevole attrazione per sfumature nascoste dietro apparenti dissonanze di sapore.
Era inevitabile la prova...
Con questo post partecipo alla Settimana del carnevale del Calendario del cibo italiano AIFB.


400 g. di spaghetti
250 g. di semola di grano duro
2 litri (circa) di acqua
1 cucchiaio di sugna
3 uova
1 salsiccia secca (200 – 250g)
sale
pepe
zucchero semolato
diavolini
Portare a bollore l'acqua, salare, calare gli spaghetti spezzati a metà (o in tre parti), cuocere fino a metà cottura quindi abbassare la fiamma, unire la semola a fontana sempre mescolando per evitare che formino grumi. Continuare la cottura per ancora per 5 minuti, il tempo di cottura della semola, sempre mescolando, eventualmente aggiungendo altra acqua bollente, poco alla volta,  il composto dovrà risultare morbido ma compatto. Al termine, regolare di sale, unire un cucchiaio di sugna e una spolverata di pepe continuando a mescolare per amalgamare bene tutto.  Lasciare raffreddare per 5 – 10 minuti, unire le uova e le fettine di salsiccia tagliate a metà.
Sistemare il composto a cucchiaiate in piatti fondi che fungeranno da formelle, riempirli completamente, livellare bene, lasciare raffreddare. Sformare i migliacci eventualmente aiutandosi con una forchetta (comunque vengono via semplicemente) uno alla volta passandoli direttamente in padella.

Friggere a fuoco medio – alto, coperto, fino a che i migliacci saranno ben dorati da entrambi i lati. Per la frittura ho provato sia l'olio che la sugna, nella sugna è un'altra cosa...

Sono buoni già così, se vi va di provare un cibo semplice, di altri tempi, spolverateli ancora caldi con zucchero semolato e confettini, il dolce e il sapido si esaltano a vicenda.

giovedì 28 gennaio 2016

Marmellata dura di mele cotogne, la cotognata di Petronilla


Se non paga del tuo vaso di dolce cotognata, volessi avere una scatola di latta piena di cotognata soda, di quella a perfetti rettangoli, o a forme di pasticcini, e tutta zucchero cristallino alla superficie, di quella, insomma che nel tardo autunno fa venir l'acquolina in bocca a chi sbircia nelle vetrine delle pasticcerie, ti basterà ...”
Ancora una volta Petronilla con un linguaggio semplice, diretto, familiare propone le ricette adatte alle necessità del momento.
Niente ingredienti introvabili o piatti complicati e irraggiungibili, ma ricette fattibili che rasserenano e, anche in tempi difficili, fanno sognare ricordando che anche con pochi o pochissimi mezzi è possibile ancora “ammanire una colazioncina od un pranzettino per degnamente ospitare ... e far così molto bene figurare la casa del marito, e tener ben alta la rispettabilità della famiglia”.
Pensiamo a queste cotognate, solo mele e zucchero, e saper fare :-)
Una prelibatezza possibile per far felice i propri bambini, inorgoglire il maritino e, magari, stupire amichette e cognatine … “una consolazione della quale potrà sempre godere ogni signora che non si rifugga dallo spignattare parecchio”.

mele cotogne
zucchero

Sistemare le mele cotogne in una capiente pentola, coprirle appena appena di acqua, cuocerle a fuoco moderato coperto fino a che la buccia non inizia a screpolarsi. Scolare le mele cotogne, tagliarle a pezzi, con un frullatore ad immersione ridurle in purea.
Sistemare la polpa frullata in una pentola e farla bollire lentamente, mescolando spesso, fino a che la polpa non sarà ben addensata.
Pesare la polpa di mela così ottenuta.
Pesare lo zucchero nella proporzione di 70 grammi di zucchero ogni 100 grammi di polpa, versarlo in una pentolina e coprirlo appena di acqua, lasciarlo bollire per 2 o 3 minuti, unirlo alla polpa che starà ancora lievemente bollendo e lasciare ancora bollire fino a che una cucchiaiata della cotognata ricadrà in un sol pezzo dal cucchiaio nella pentola.
Oliare gli stampi, riempirli con la cotognata, attendere che raffreddi bene (anche qualche giorno), capovolgerli.
Se non possiedi stampini, versar la marmellata in uno strato alto un dito, su un asse, e ritagliarla in piccoli rettangoli prima che si rassodi”
Rivestire con zucchero semolato.

La ricetta ovviamente è tratta da una “perlina” di Petronilla.